sabato 2 febbraio 2013

L'ANGOLO DI FABIENNE

Dopo la pausa di Gennaio ecco tornare più attuale e interessante che mai la consueta rubrica tenuta sul mio blog da Fabienne Melmi.




















IL GRANDE NORD CONTAMINATO PER SECOLI DAI RIFIUTI NUCLEARI

Reso fragile dal riscaldamento, dalla pesca industriale e dal turismo polare, bramato per i giacimenti di petrolio, di gas e di minerali che nasconde il sottosuolo, lacerato dalle nuove strade marittime che favorirà la fusione dei ghiacciai, il Grande Nord, questo territorio prezioso e vulnerabile, porta le stimmate di multipli inquinamenti. La contaminazione radioattiva è tra le più preoccupanti. È il risultato dell'inventario-il primo del genere-che ha intrapreso l'associazione di protezione dell'ambiente Robin Hood.
 
Nel 2009, l'ONG francese aveva già registrato 2 750 siti inquinati dai prodotti chimici. Questa volta, si è interessata agli attacchi all'ambiente talvolta più diffusi, ma anche più duraturi. Due anni di lavoro sono stati necessari per raccogliere, presso scienziati, associazioni ambientali e di servizi governativi, dei dati non esaurienti, soprattutto quando riguardano il campo militare. L'inventario dovrebbe essere terminato il 1 semestre 2013, ma la più che attendibile rivista Contrôle de l'Autorité de sûreté nucléaire (ASN) , ne ha già pubblicato, nel suo numero di novembre, i primi elementi. "Abbiamo voluto avere un visione circumpolare di tutti i siti inquinati, spiega Jacky Bonnemains, presidente di Robin Hood. L'oceano Artico è un gigantesco vivaio di pesci per le popolazioni indigene che se ne nutrono e la cui salute è minacciata, ma anche per il pianeta alla quale fornisce, con le acque sub-artiche, tra il 20% e il 30% delle sue risorse alimentari marine." Non è l'unico pericolo. La fusione della banchisa polare ed il disgelo del permafrost, prosegue, "rimuoveranno delle sostanze radioattive" che, fino ad oggi prigioniere dei ghiacci, rischiano di disseminarsi negli ecosistemi.


EREDITÀ DELLA GUERRA FREDDA

L'ONG ha identificato, al di là del cerchio polare artico- o, in alcuni casi, un po' più a sud, le correnti atmosferiche e marine spingendo verso nord i depositi-, circa 90 siti interessati dalla radioattività emessa dalle attività industriali e militari. La Russia ne concentra più della metà (50), particolarmente sulla penisola di Kola e l'arcipelago di Nuova-Zemble. Gli altri si ripartiscono tra la Norvegia (25 di cui 19 sull'arcipelago di Svalbard), l'Alaska (8), il Canada (3), la Svezia (3) e la Groenlandia (2). La Finlandia non ne conta nessuno e l'Islanda non è ancora stata studiata.

"L'inquinamento radioattivo dell'Artico non proviene solo, come lo si pensa talvolta, da paesi lontani, per esempio dalle fabbriche di rilavorazione di La Hague [Manica] o di Sellafield [Gran Bretagna] di cui i rigetti, trasportati dalle correnti, possono concentrarsi in certe zone, commenta Miriam Potter, incaricata della missione in seno all'associazione. E' generata, in gran parte, da attività condotte sul posto". Spesso, si tratta di un'eredità della guerra fredda. Sull'arcipelago di Nuova-Zemble, i sovietici hanno proceduto, tra 1955 e 1990, a 138 prove nucleari aeree, terrestri o sottomarine, facendo esplodere per esempio, il 30 ottobre 1961, la "Zar Bomba", la bomba ad idrogeno più potente della storia, (50 megaton). Nell'oceano, essendo all'epoca considerato una pattumiera, hanno affondato al largo della stessa penisola, nel 1982, il sottomarino nucleare K-27 che giace tutt'ora,a 33 metri di profondità, nel mare di Kara. Nei mari di Barents e di Kara sono stati immersi, enumera Miriam Potter, "cinque reattori di sottomarini e di rompighiaccio, una ventina di navi di cui alcune contenenti delle materie radioattive, centinaia di oggetti contaminati e 17 000 container di rifiuti nucleari". Per finire, nel 2003, un altro sottomarino è affondato, il K-159. Il sito di Andreeva Bay, nel nord della penisola di Kola, rappresenta, per Robin Hood, un "incubo". L'Unione Sovietica aveva installato, negli anni 1960, tre piscine di raffreddamento dei combustibili esausti provenienti da sottomarini da rompighiaccio nucleari. In due di esse, si sono verificate alcune perdite, provocando una fortissima contaminazione. Da allora, gli stoccaggi a secco di 22 000 assemblaggi di combustibili sono stati organizzati, in condizioni molto precarie.


CADUTA DI UN SATELLITE, CRASH DI BOMBARDIERE

Gli americani non sono stati da meno. Negli anni 1960, hanno costruito due piccoli reattori nucleari di 20 e 10 megawatt, per alimentare in elettricità delle basi militari, a Fort Greely, in Alaska, ed a Camp Century, nel nord-ovest della Groenlandia. Il primo, vittima di parecchi incidenti, ha contaminato i corsi d'acqua, e le popolazioni locali sono oggi colpite da leucemie, nonostante le smentite dell'amministrazione americana. Lo sfruttamento del secondo avrebbe lasciato " nei ghiacci almeno 200 tonnellate di rifiuti liquidi". Gli Stati Uniti hanno anche fatto delle prove sui radioelementi a Point Hope, nel nord-ovest dell'Alaska. Non è tutto. Dal 1930 al 1962, il Canada ha sfruttato, intorno al grande lago dell'Orso, delle miniere di radio poi di uranio, una parte di questo destinato al progetto Manhattan che ha dotato gli Stati Uniti dell'arma atomica. Più di 900 000 tonnellate di sterili (rifiuti minerari) di uranio sono state lasciate sul posto, di cui 740 000 immerse nel lago. Si aggiungono gli incidenti. La caduta, nel 1978, del satellite spia sovietico Cosmos-954 e del suo reattore nucleare, nel nord del Canada, dove più di 120 000 km2 sono stati contaminati dall'uranio arricchito e dai prodotti di fissione. O il crash, nel 1968, di un bombardiere americano B-52 che trasportava delle testate nucleari, vicino a Thulé (Groenlandia), dove ci sarebbe "almeno un chilo di plutonio sparso su una zona di 17 km."


OPERAZIONI DI DECONTAMINAZIONE

Ma l'Artico non paga solamente la fattura del passato. Le attività minerarie attuali, come le trivellazioni petrolifere e di gas -ce ne sono più di 4 000 in Alaska, al di sopra del cerchio polare-, generano dei rifiuti a "radioattività naturale rinforzata". Certo,alcune operazioni di decontaminazione sono state avviate, particolarmente su iniziativa del G8 e dei paesi europei. Ma le zone colpite sono immense, l'inquinamento disseminato ed i crediti insufficienti. "I governi devono dare prova di trasparenza sui prodotti radioattivi che hanno depositato o disperso. Ed occorre organizzare un seguito radiologico dei sedimenti, dei pesci e delle popolazioni", afferma Jacky Bonnemains. Nell' attesa che il fragile Artico possa, un giorno forse, beneficiare di uno statuto protettivo comparabile a quello dell'Antartico. (Pierre le Hir)


SPECIE INSOLITE DI UCCELLI NELL'ARTICO
 Oltre la riduzione della superficie della banchisa, il cambiamento climatico conduce delle colonie di uccelli, abitualmente incontrati più al sud, ad eleggere a domicilio il Grande Nord. È la constatazione fatta da una squadra di scienziati russi che ha appena esplorato durante tre mesi le isole dell'arcipelago François-Joseph nell'Artico. "Su una ventina di specie di uccelli che abbiamo repertoriato, quattro sono insolite per l'arcipelago", ha indicato la ricercatrice russa Maria Gavrilo, citando l' esempio dei gabbiani a coda forcuta e le anatre marine. Gli scienziati hanno anche riportato dalla loro spedizione delle rare specie di zanzare di cui una "forse sconosciuta." Il gruppo, colpito dall'ampiezza della "riduzione anormalmente veloce della superficie dei ghiacci marittimi nell'Artico", ha realizzato nuove mappe dell'arcipelago. La Russia ha fatto dell'Artico, ricco in idrocarburi non sfruttati, una priorità strategica.




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